L’acqua dorata – parte 3

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Il vento della guerra si avvicinava giorno dopo giorno.

Negli ultimi anni la popolazione di Salonicco era cresciuta a dismisura e tutti sapevano che un giorno le armi sarebbero arrivate anche lì. La famiglia di Ermir aveva dato il via alla fuga verso est da una terra che ora si chiamava Albania, ma quella tappa non sarebbe stata sufficiente. Ermir stesso avrebbe dovuto lasciare quel luogo perché già non era più lo stesso.

Anche tra le strade di quella città di frontiera si era cominciato a parlare di nazione, di indipendenza, di identità. L’avvicinarsi della guerra spaventava, ma prima ancora del suo arrivo già generava discorsi che creavano nuove e sospette etichette, necessarie per comprendere l’assurdo e imprescindibili per capire se fosse il caso di restare o scappare. Ermir sentiva che non tirava una buona aria. “Chi sei? Sono Ermir, sono sposato e sono un lottatore di güreş . Sì, va bene, ma chi sei? Sono figlio di Mehmet, rifugiato dall’Albania. Ti senti più greco o albanese? Non mi sento né l’uno né l’altro. Di che religione sei? Sono musulmano.” Salonicco era uno di quei pochi posti al mondo, fino a quel momento, in cui nessuno ti avrebbe mai chiesto “Di dove sei?”, ma piuttosto “Dove sei diretto?”. Era il segno che stava cambiando tutto.

A un anno da quella domenica di agosto in cui aveva battuto Ali, ricevette una lettera da un cugino che abitava in Anatolia e che lo invitava a raggiungerlo. Diceva che avrebbe ospitato la sua famiglia e lo avrebbe aiutato a cercarsi un lavoro. L’Anatolia non era poi così lontana; era tutto ciò che si apriva dopo lo stretto del Bosforo. Akan, il cugino, abitava sulla sponda asiatica di Costantinopoli, in una casa nel quartiere di Kadıköy , popolato da gente dei Balcani e molti albanesi come lui.

Costantinopoli, quartiere di Galata (foto dei fratelli Abdullah, 1880-1893)

Un tardo pomeriggio di settembre s’imbarcò su una nave da carico insieme alla moglie, ai quattro figli, Ahmet, Emine, Ayşe, la piccola Saniye e due pesanti valige. Avevano venduto quasi tutto per comprare il passaggio in mare; tutto tranne i kispet, i suoi pantaloni da lottatore, e la cintura intarsiata di cuoio. Mentre avanzava verso quel mostro gigante sospeso sulla superficie del mare, sentiva il peso del passato concentrato in due contenitori di cartone, paura e un’eccitazione nuova.

L’anno prima, dopo la vittoriosa gara con Ali, aveva invitato lo sfidante a farsi una bevuta in compagnia. L’amico avversario gli aveva parlato dei suoi piani e della sua voglia di mollare tutto per scoprire quel mondo oltre la Tracia. Voleva vedere con i suoi occhi quella città immensa che aveva ammaliato generazioni di conquistatori e che, per quanto fosse il cuore pulsante di un malato cronico, conservava l’essenza della bellezza irraggiungibile. L’aveva sognata così tanto che aveva quasi paura di andarci per il timore di rimanerne deluso. Quella sera Ermir era troppo esausto per capire le sue parole, ma le comprese proprio in quell’istante sul pontile.

Sgomitando tra mozzi e scaricatori, giunse alla balaustra e guardò l’orizzonte verso est. Prese in braccio la piccola Saniye, avvicinò a sé la sua donna e respirò a pieni polmoni, mentre gabbiani impazziti schiamazzavano nella loro lingua universale sul fondo imbrunito del cielo. Un giorno avrebbe sentito l’odore dell’erba del campo di lotta di Kirkpinar, e sarebbe entrato nella Storia. Ne era certo.

***Fine***

N.d.r. La storia di Ermir (nome non reale) è quella del bisnonno del mio compagno, un uomo dalla vita epica che non ha potuto lasciare traccia delle sue gesta se non nella memoria tramandata oralmente di padre in figlio. Quando mi venne raccontata mi resi conto della sua preziosità e mi confermò quanto sia importante raccogliere i racconti degli altri. Per chi li racconta possono sembrare fatti banali, ma celano in sé, anzi, la filigrana della Storia vissuta dalle persone ordinarie.

NOTA STORICA: La storia di immigrazione di cui si parla in questo racconto rientra nella diaspora musulmana verso est avviata in concomitanza con il disfacimento dell’impero Ottomano che, come un’onda, ha interessato le aree balcaniche a partire dalla seconda metà dell’800 grazie all’emergere delle istanze nazionaliste dei territori sottomessi. Si pensi che la città portuale di Salonicco – che rimase sotto il controllo ottomano sino al 1912 – vide la propria popolazione incrementare nel corso dell’800 da 55 000 a 160 000 abitanti, proprio perché divenne una delle mete privilegiate per i rifugiati di religione musulmana in fuga dalle neo-nazioni balcaniche a maggioranza ortodossa.

La guerra di cui si narra a Salonicco è l’esordio delle guerre balcaniche novecentesche che vedranno protagoniste le neo nate nazioni di Grecia e Bulgaria, animate dall’obiettivo di strappare al morente impero ottomano sempre più ampi territori. Salonicco fu acquisita dalla Bulgaria nel 1912 e poi definitivamente annessa al territorio della Grecia nel 1913.

La storia della moderna Repubblica turca è dunque una storia intricata e sorprendente di immigrazione. Riporto le parole del Prof. Fabio Salomoni, docente di scienze sociali alla nota Università Koç di Istanbul: “dalla seconda metà dell’Ottocento al 1923 circa 4 milioni di turchi e musulmani – circassi, tartari, bosniaci, albanesi – in fuga dal disfacimento di varie zone dell’Impero ottomano si sono rifugiati in Anatolia. Questi rifugiati sono conosciuti con il nome di muhacir, termine che nel Corano si riferisce ai compagni che hanno seguito Maometto nella sua fuga dalla Mecca a Medina. Successivamente, dal 1923 al 1997, sono stati 1 milione e 600 mila gli immigrati arrivati sempre dagli ex territori ottomani, in particolare dai Balcani. A differenza dei loro predecessori, questi rifugiati vengono chiamati col termine turco moderno di göçmen, ovvero migranti (da “Turchia, migrazioni, crisi siriana,” Fabio Salomoni, Rivista “Il Mulino” n. 1/16, 2016, pp. 173-181).

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About Author

Laureata in Letteratura Spagnola Contemporanea, ho proseguito gli studi analizzando il rapporto tra la letteratura e le forme di migrazione attuali con un focus speciale sulla Spagna e l'America Latina. Grazie a un'esperienza lavorativa presso la Bilgi Universitesi di Istanbul, ho iniziato a esplorare un "nuovo" mondo e ad addentrarmi nell'intricata e magica storia della Turchia contemporanea, un ponte in continua evoluzione sospeso tra il passato e il futuro. I miei scritti sono un assaggio dell'Occidente e dell'Oriente, ma hanno come comune denominatore un'unica cosa: la magia della scoperta e della nostalgia.

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