L’acqua dorata – parte 1

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Salonicco, agosto 1910, in una domenica pomeriggio.

Le piante dei piedi sentono uno ad uno il pungente calore dei fili d’erba, la fronte comincia a inumidirsi, gocce di sudore scorrono timide dal capo lucente verso la fronte spaziosa. Avanza imponente con le braccia penzolanti, il passo un po’ goffo ma sicuro verso i compagni. Il primo in fila sta afferrando una brocca e si versa da capo a piedi il liquido dorato senza risparmiare neanche un centimetro del suo corpo. Acqua e olio di oliva. Poi prende a massaggiarsi scrupolosamente ogni parte del corpo, pantaloni inclusi, l’unico indumento che indossa. L’odore dell’erba e di quella miscela si sente da metri, lo si può riconoscere tra mille fragranze. 

La pelle del lottatore di Güreş deve essere abbastanza scivolosa da rendere ardua la presa dell’avversario. Il gioco è tutto lì, nella dolce fragranza di quel succo d’oro, tanto ammaliante quanto maledetta. Più la pelle scivola dalle mani del nemico e tanto più lunga sarà la strada verso la vittoria.

Ermir lotta da quando aveva 15 anni. Salonicco, dopo Edirne, è una città di lottatori. Non vanta il prestigio di Edirne, l’antica città fondata da Adriano; non ospita il Kirkpinar, l’evento più ambito dell’anno a cui partecipano i più quotati lottatori dell’impero ottomano. Non ha una storia di eccellenza, non è stata mai capitale di un impero. Salonicco, però, ha accolto genti da ogni città dei Balcani e si è trasformato in una sorta di anticamera del centro dell’impero: crogiolo di povertà, di speranze e di ansia di rinnovamento.

Ermir nacque a Salonicco nel 1889 da una famiglia di rifugiati albanesi musulmani fuggiti dalle rivolte nazionaliste che imperversavano nel Balcani sulla scia della crisi dell’impero ottomano. Salonicco fu nuova patria per molti di loro e accolse anche la famiglia di Ermir, in cerca di una nuova vita, almeno per qualche tempo. Lui crebbe per la strada come tanti dei suoi coetanei. Imparò presto a farsi valere tra le strade del quartiere e il lungo mare: un ragazzotto di 1 metro e settanta, corpulento, non troppo muscoloso ma forte abbastanza da buttare a terra un paio di ragazzi. E cominciò a guadagnarsi da vivere con le lotte corpo a corpo clandestine e il passaparola lo condusse dritto ai circoli di Güreş. Dopo anni di gavetta, era arrivato alla sua consacrazione; da un paio di stagioni combatteva con gente di un certo livello e la posta in gioco era alta. Inoltre, da quelle vittorie dipendeva la sua famiglia, una moglie, 3 figli e una bambina in arrivo. Il suo corpo era tutto quello che aveva, la sua forza, l’unica arma che gli avrebbe permesso di andare avanti. Se perdeva quella, era un uomo finito.

La notte prima aveva visto in sogno sua madre: lo abbracciava e lo baciava, ma lui non era quell’omone dal petto grande, ma un bambino impaurito che cercava riparo tra le braccia della madre. Si era svegliato stranito; quel giorno lui avrebbe dovuto vincere. Perché quel sogno? Era un segno premonitore?

Ermir si mette in fila per la preparazione, saluta i compagni e chiede un bicchiere di çay scuro. Un ragazzino lo raggiunge con una brocca dorata e versa nei palmi delle sue mani la sostanza oleosa. La sua immagine riflessa in quella minuscola pozza, grande come le sue piccole e forti mani, è tremante e gli ricorda quella di suo padre quando si radeva al mattino nella bacinella appoggiata sul tavolo della cucina. Gli piaceva guardarlo mentre avvicinava la lama: lentamente sfiorava la pelle del viso, saggiamente incedeva con forza, e poi con delicatezza tornava nelle zone più difficili. Quante volte lo aveva guardato compiere quei gesti con l’incanto di un bambino di fronte a un mago. Con la stessa saggezza lui ora cospargeva di olio ogni centimetro della pelle e sapeva che ogni gesto ha il suo peso e deve essere compiuto in un certo modo senza lasciare nulla al caso. Una volta svuotato il primo contenitore, passa al secondo e intanto si avvicina il momento della gara.

Fine parte 1

La storia di Kirkpinar – Narra la tradizione che nel 1346 Süleyman Paşa, dopo aver conquistato fortezze e città della Tracia, si accampò a Samona (Ahirkoy) nelle vicinanze di Adrianopoli (città fondata dall’Imperatore romano Traiano), con quaranta guerrieri. Come accadeva spesso durante la sosta, i guerrieri organizzarono degli incontri di lotta. Gli ultimi due, rimasti in gara, lottarono molto senza che l’uno riuscisse a prevalere sull’altro. In una seconda occasione, che coincideva con la festa annuale della Primavera, i due contendenti ripresero i combattimenti, ininterrottamente, fino all’arrivo della notte. La lotta ebbe termine soltanto perché i due, stremati, morirono. Furono sepolti sotto una pianta di fico. I compagni, quando ritornarono qualche tempo dopo, scoprirono che in quel punto erano scaturite numerose sorgenti d’acqua. E fu così che quel posto prese il nome di Kirkpinar (quaranta sorgenti). Più tardi, in memoria dei due eroi e per inaugurare la conquista di Adrianopoli (che sarebbe diventata, con il nome di Edirne, la capitale dell’impero Ottomano), il sultano Murad I vi fece disputare il primo torneo di lotta. Quindi il torneo di Kirkpinar, a somiglianza degli antichi giochi, prende origine da una celebrazione funebre (tratto dal libro “Kirkpinar”, di G. Rufo, Edizioni Mazzotta, 1996). La lotta si è diffusa nel corso dell’impero ottomano in diverse zone del suo vasto territorio, tra cui la città di Salonicco, dove continua tuttoggi.

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About Author

Laureata in Letteratura Spagnola Contemporanea, ho proseguito gli studi analizzando il rapporto tra la letteratura e le forme di migrazione attuali con un focus speciale sulla Spagna e l'America Latina. Grazie a un'esperienza lavorativa presso la Bilgi Universitesi di Istanbul, ho iniziato a esplorare un "nuovo" mondo e ad addentrarmi nell'intricata e magica storia della Turchia contemporanea, un ponte in continua evoluzione sospeso tra il passato e il futuro. I miei scritti sono un assaggio dell'Occidente e dell'Oriente, ma hanno come comune denominatore un'unica cosa: la magia della scoperta e della nostalgia.

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