I tesori svelati di Ayasofya

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Il 10 luglio 2020, l’Organo del Consiglio di Stato turco ha ufficialmente dichiarato illegale il decreto emanato nel 1934 dal Consiglio dei Ministri dell’allora neo-Repubblica Turca che prevedeva la sconfessione della Moschea di Ayasophia (situata a Istanbul) e la sua trasformazione in un Museo.

Noi, oggi, vorremmo parlare di Ayasofya o di Hagia Sophia (“la Grande Sapienza”) non come di un edificio legato a una confessione, bensì di un’opera d’arte di portata storica universale che si è ripetutamente rinnovata nel suo aspetto e nella sua funzionalità socio-culturale, e ovviamente storico-politica, nell’arco di secoli senza mai perdere il suo custodito tesoro.

La magnificente Basilica della capitale del Sacro Romano Impero di Oriente fu inaugurata il 27 dicembre dell’anno 537 dall’Imperatore Giustiniano I, suo stesso committente. La possente ed ampia cupola dell’edificio risultò immediatamente d’avanguardia per i contemporanei e avrebbe rappresentato un arduo modello da imitare per gli architetti occidentali, e non, dei secoli successivi. Lo stesso Mimar Sinan, architetto di punta dell’impero ottomano, si ispirerà proprio alla sua struttura per realizzare i progetti di alcune delle sue Moschee (Süleymaniye Cami, Yavuz Selim, Sultanahmet Camii, etc.).

Tuttavia, non fu solo l’imponente struttura a meravigliare Giustiniano I quando vi entrò per la prima volta. E non fu solo l’enormità della cupola a lasciare a bocca aperta Mehmet I, quando varcò la soglia della basilica in una giornata di fine maggio del 1453, segnando per sempre la fine dell’Impero Romano d’Oriente e aprendo una nuova pagina nella storia di Costantinopoli sotto l’egida della stirpe ottomana.

Il luccichio delle migliaia di tessere di vetro lungo le pareti della basilica, amplificato dalla luce calda e fluttuante delle candele accese lungo la navata, catturava l’occhio del visitatore conducendolo in un’atmosfera magica: la lucentezza dell’oro incantava, la brillantezza del lapislazzuli faceva sprofondare nella calma della pace, gli sguardi placidi delle figure attiravano l’osservatore nell’occhio di un ciclone di profonda bellezza.

La storia di Ayasofya nei secoli è stata contraddistinta più volte dal sentimento della meraviglia e della scoperta per i suoi tesori velati e svelati alternativamente. Una volta che Costantinopoli fu conquistata dagli Ottomani, la Basilica venne resa Moschea e ne furono coperti i mosaici per via della natura iconoclastica della religione musulmana. Per far ciò fu adoperata la tecnica più rispettosa, efficace ed economica: l’intonaco. Grazie a questo artifizio le tessere mosaicali furono nascoste, ma protette dall’usura del tempo.

Per secoli la bellezza nascosta rimase un segreto per l’umanità, fino al giorno in cui, casualmente, durante i restauri commissionati dal Sultano ottomano Abdülmecid a metà ‘800 non fecero riemergere alcune tessere dorate dalle pareti. Era il 1847. Il sultano dell’epoca stava aprendo l’Impero a una serie di riforme moderniste filoccidentali e rimase piacevolmente sorpreso dalla scoperta dei fratelli Gaspare e Giuseppe Fossati, i due architetti italo-svizzeri incaricati ai lavori. Il sultano diede l’ordine di togliere l’intonaco dall’intero edificio e per la prima volta la moschea venne riportata allo stato originario; ma ciò durò poco. Prima che l’ala conservatrice dell’impero spingesse il sultano a far ricoprire nuovamente le immagini decorative, offensive per i fedeli, i due architetti riuscirono a catalogare una parte di quanto avevano scoperto, consultabile in una pubblicazione londinese datata 1852 (Aya Sofia, Constantinople, as recently restored by order of H.M. the sultan Abdul Medjid / from the original drawings by Chevalier Gaspard Fossati).

Dipinto di G. Fossati (1852): veduta della navata di Ayasofya

Dovremmo attendere l’idea progettuale del filantropo americano bizantinista, Thomas Whittemore, per assistere a un’operazione di restauro sistematica che condurrà ufficialmente a una letterale “scoperta” integrale dei mosaici. Membro di un raccolto gruppo di studiosi di arte e storia bizantina – area di ricerca che timidamente ebbe inizio solo nell’ultimo decennio dell’Ottocento – Whittemore si propose di riprendere il progetto iniziato dai fratelli Fossati e realizzò una vera e propria campagna di raccolta fondi mondiale creando, nel 1930, il Byzanthine Institute of America con sede a Parigi, Boston e Istanbul. Una volta ottenuto il benestare e l’autorizzazione delle autorità della neo-Repubblica Turca, tra cui l’ex direttore del Museo Archeologico di Istanbul, Halil Hethem Bey, allora deputato del Parlamento repubblicano, la Moschea fu ufficialmente chiusa per restauro nel 1931.

Thomas Whittemore in posa di fronte a Ayasofya (1930)

Non senza polemiche, il 1° febbraio 1935 riaprì i battenti come Museo, a seguito di un decreto del Consiglio dei Ministri turco con l’auspicio di offrire al mondo intero, senza connessione con alcuna confessione religiosa, né islamica né ortodossa, un’opera d’arte di valore universale. L’atto di sconfessione della moschea, nonché ex edificio ortodosso, fu indubbiamente reso possibile dall’approccio culturale dell’allora nascente classe dirigente repubblicana che aspirava a mostrare al mondo occidentale il nuovo volto della Repubblica: laico, pacifico, aperto al mondo e orientato in direzione opposta rispetto al passato ottomano-islamico. Quel gesto rappresentò inoltre un primo passo riconciliatorio nei confronti della vicina Grecia ortodossa, acerrima nemica durante la guerra d’indipendenza con la quale si auspicava uno strategico riavvicinamento a scopo difensivo.

Il lavoro di Whittemore ebbe una forte risonanza sul panorama artistico mondiale, in particolare nell’ambito degli studi bizantini. Nel corso del restauro furono realizzate delle riprese video per testimoniarne l’operazione; il materiale è oggi gratuitamente visibile tramite il sito della fondazione DUMBARTON OAKS. Furono inoltre create alcune copie dell’intera scena della deesis – scena religiosa che raffigura Gesù, affiancato dalla Vergine Maria e Giovanni – adoperando dei lucidi fotografati e un calco in gesso. Una delle copie fu acquista dal Metropolitan Museum of Art di New York e costituì il fulcro di una mostra monografica dedicata proprio al restauro di Ayasofya nel 1944.

Mentre una parte dell’attuale società turca, e non solo, plaude l’ennesimo gesto di forza del governo di Recep Tayyip Erdoğan rispetto a uno dei baluardi della storia laica del Paese, attendiamo con ansia di sapere che cosa ne sarà dei mosaici durante la chiamata dei fedeli alla preghiera.

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About Author

Laureata in Letteratura Spagnola Contemporanea, ho proseguito gli studi analizzando il rapporto tra la letteratura e le forme di migrazione attuali con un focus speciale sulla Spagna e l'America Latina. Grazie a un'esperienza lavorativa presso la Bilgi Universitesi di Istanbul, ho iniziato a esplorare un "nuovo" mondo e ad addentrarmi nell'intricata e magica storia della Turchia contemporanea, un ponte in continua evoluzione sospeso tra il passato e il futuro. I miei scritti sono un assaggio dell'Occidente e dell'Oriente, ma hanno come comune denominatore un'unica cosa: la magia della scoperta e della nostalgia.

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