L’OMBRA DI CARLOS RUIZ ZAFÓN

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La morte di un autore non è mai l’occasione più adatta per parlare delle sue opere, il rischio di cadere in una retorica emotiva è sempre alto.

Lessi L’ombra del vento del catalano Carlos Ruiz Zafón mentre mi trovavo nel pieno del mio percorso di studi di letteratura spagnola contemporanea. Quando lo ricevetti come regalo in versione italiana, in edizione Mondadori, con tanto di scritta a caratteri giganteschi “Best Seller” sulla copertina patinata, ammetto di non aver reagito bene e non mi avventai nell’immediato nella lettura. Erano anni in cui credevo fermamente che la marginalità di un’opera letteraria potesse essere sinonimo di qualità e complessità, aspetti spesso non compresi dal vasto pubblico.  Eppure, nonostante tutte le  reticenze intellettuali del caso, mi trovai intrappolata in una storia che era stata magistralmente costruita sui temi che più mi stavano a cuore e che, oltretutto, rappresentavano un leitmotiv ricorrente nella letteratura spagnola della seconda metà del ‘900: la guerra civile spagnola, gli orrori del franchismo e la metaficción, ovvero quella irresistibile ossessione di collocare la letteratura come personaggio stesso del romanzo, tecnica letteraria che ha tra i suoi più eccelsi esempi il Don Quijote di Miguel de Cervantes. Zafón si dedicò a questi temi anche nei due romanzi successivi, Il gioco dell’Angelo (2008) e Il prigioniero del cielo (2011).

I tre romanzi interpretano in chiave “locale” le formule classiche della letteratura gotica, contaminata da un realismo sociale drammaticamente legato al contesto degli anni della guerra civile (1936-1939). L’orrore che abita i romanzi di Zafón non emerge da oscure presenze o da personaggi maligni, ma si respira nella nera atmosfera che permea una Barcellona assediata dai falangisti, nelle immagini delle fosse comuni dei repubblicani caduti e nella lotta fratricida che ha condotto un Paese a un punto di non ritorno. Il romanzo diventa un’opportunità per scandagliare nel profondo zone remote dell’anima senza fornire mai un’interpretazione rassicurante, bensì solo ulteriori fonti di dubbio e inquietudine. Nel caso di Zafón esso è lo strumento per rappresentare e illuminare zone d’ombra di una storia controversa.

La guerra civile finì, come tutte le guerre, e si instaurò la dittatura di Francisco Franco che come tutti i leader unici lasciò alla sua morte, nel 1975, un paese senza erede. In modo, tragicamente, “normale” in quello stesso anno la classe dirigente della Spagna post-franchista diede inizio a processo storico ricordato come “transizione democratica” nel quale il paese avrebbe cominciato un progressivo e lento cammino di ricostruzione verso un modello democratico. La sua riuscita prevedeva una condizione basilare: un patto dell’oblio (come fu definito da Vázquez Montalbán nel 1997) per la collettività intera, una sorta di tabula rasa da cui partire dimenticando le lotte fratricide e gli orrori perpetrati durante la guerra civile e i 36 anni di dittatura.  Le ferite aperte furono ricucite in modo approssimativo e frettoloso. Il risultato fu l’assenza del riconoscimento collettivo di un trauma, che tuttora permane in generazioni di spagnoli che ancora sentono il bisogno di narrare gli orrori occultati nell’oblio e di recuperarne la memoria.

Carlos Ruiz Zafón trascorse i suoi ultimi anni a Los Angeles per allontanarsi volutamente dal main stream letterario e pare fosse coinvolto già in attività lontane dalla pura letteratura e che lavorasse come sceneggiatore per Hollywood. In un’intervista rilasciata a Pordenonelegge nel settembre scorso dichiarò l’intenzione di esplorare nuovi orizzonti, lontano dalla sua Barcellona e dalla metaficción: “Non scriverò mai più di Barcellona, né di libri. Dopo aver trascorso sedici anni immerso in questo mondo gotico e labirintico, mi sento pronto per qualcosa di nuovo”.

Un’indicativa biblio-filmografia spagnola utile a rivivere la narrazione della guerra civile: Il lapiz del falegname (Manuel Rivas, 1998), Soldati di Salamina (Javer Cercas, 2001), I girasoli ciechi (Alberto Mendez, 2004), Dove nessuno ti troverà (Alicia Giménez-Bartlett, 2011), Ay Carmela (1990, Film di Carlos Saura), La Lingua delle Farfalle (1999, Film di José Luis Cuerda, adattato al racconto omonimo di Manuel Rivas), La spina del diavolo (2001, Film di Guillermo del Toro in coproduzione spagnola)

Due riferimenti fondamentali di origine non spagnola: Death in the Making (1938, testo fotografico di Gerda Taro e Robert Capa), Terra e libertà (1995, Film diretto da Ken Loach)

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About Author

Laureata in Letteratura Spagnola Contemporanea, ho proseguito gli studi analizzando il rapporto tra la letteratura e le forme di migrazione attuali con un focus speciale sulla Spagna e l'America Latina. Grazie a un'esperienza lavorativa presso la Bilgi Universitesi di Istanbul, ho iniziato a esplorare un "nuovo" mondo e ad addentrarmi nell'intricata e magica storia della Turchia contemporanea, un ponte in continua evoluzione sospeso tra il passato e il futuro. I miei scritti sono un assaggio dell'Occidente e dell'Oriente, ma hanno come comune denominatore un'unica cosa: la magia della scoperta e della nostalgia.

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