Savage Beauty: il romanticismo firmato McQueen

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I want to empower women. I want people to be afraid by the women I dress

Il primo impatto è con la locandina all’ingresso del Museo – una rapace donna in nero che ti fissa con decisione, ammiccando con la sua bocca cremisi – e già capisci che dietro a quella porta non troverai solo un’esposizione di abiti, ma una performance d’arte a trecentosessanta gradi, un’esperienza che solo chi conosce il genio di Alexander Lee McQueen può provare ad immaginare; nonostante questo, quello che ti aspetta va ben oltre ogni previsione.
La luminosa pace del Victoria&Albert Museum si perde davanti alla parete buia dove è proiettato il bel viso di Alexander che, accompagnato da una martellante musica techno, lascia pian piano il posto ad un teschio, uno dei suoi più famosi marchi di fabbrica. Il pubblico osserva attonito ma curioso, poi gira lentamente l’angolo e…inizia lo spettacolo.

In un allestimento che ricorda un vecchio capannone abbandonato ecco alcuni capi della prima collezione firmata McQueen, realizzata in occasione del diploma alla Saint Martin’s School of Art, cui si aggiungono pezzi risalenti al primo periodo di lavoro in proprio: la rigida formazione ricevuta durante l’apprendistato in Savile Row – la via londinese dove lavorano alcuni tra i più importanti sarti del mondo e, nel nostro caso, i maestri di Alexander – è fortemente radicata nelle sue creazioni, che non rinunciano però a quella originalità e ricerca formale che caratterizzeranno la sua intera produzione.
Tra abiti di piume, gonne dai pizzi delicati e cappotti che ricordano, di volta in volta, gli eleganti Ussari o le deliziose donne vittoriane, vediamo come i punti focali del lavoro di McQueen rimangano sempre, immancabilmente due: il corpo femminile e le sue esigenze.
Procedendo nella visita ci troviamo, passando di sala in sala, di fronte a donne uccello rivestite di piume e coronate da cappelli dai becchi adunchi, a Madonne punk che portano con elegante sicurezza giacche su cui spiccano stampe Rinascimentali di angeli e ladroni crocifissi e, ancora, a regine africane vestite di pelli o a geishe scintillanti bardate con gli elmetti e le spalline imbottite dei giocatori di football americani.
La filosofia di Alexander è chiara: “I want to empower women. I want people to be afraid by the women I dress”.
Le sue donne sono aggressive, a tratti pericolose, ma non per questo meno seducenti: i loro corpi non sono mai nascosti, né mortificati, ma anzi, ogni capo è un’esaltazione della molteplicità della sensualità muliebre.

Il turbine di emozioni e stupore che ha fin qui accompagnato il visitatore raggiunge il punto più alto nel ‘Cabinet of curiosity’, una sorta di piccola bottega delle meraviglie stipata su ogni lato da abiti e accessori raccolti da varie collezioni, intervallati da proiezioni di sfilate che scorrono senza soluzione di continuità.
Ecco quindi esposti, fianco a fianco, le celeberrime Armadillo shoes e gli esotici cappelli di Philip Treacy, bustini di metallo, gonne scintillanti e mantelli principeschi dal sapore orientale, in una cacofonia di colori e forme che ben rappresenta la molteplicità di quegli stimoli e temi che muovono McQueen.
Da questo occhieggiante universo parallelo emerge prepotente l’anima romantica di Alexander, del novello eroe romantico che in un sublime equilibrio tra rigidità formale e spericolato stravolgimento dei materiali guida il suo pubblico tra estasi e sgomento, tra ragione e curiosità.

Il viaggio che era iniziato tra le tenebre si tramuta, da qui in poi, in una risalita verso la luce, con le ariose e sensuali creazioni di Sarabande, la collezione Primavera/Estate del 2007 e, ancora di più, con gli abiti di Plato’s Atlantis, gli ultimi portati a compimento da Alexander per le sfilate Primavera/Estate del 2010: ipotizzando un futuro scioglimento delle calotte polari viene presentata una donna nuova, che ha saputo sopravvivere alle catastrofi naturali tornando all’acqua, l’elemento fondante dell’intera razza umana.
In un tripudio di stampe azzurre e viola, dalle forme nette, vivide e dalla luminescenza abbacinante, McQueen si congeda dal suo pubblico con quella che può essere definita la sintesi perfetta di tutta la sua precedente produzione.

Una volta attraversato questo mare di sensazioni il ritorno alla realtà ha sullo spettatore un effetto spiazzante, a tratti desolante, come se fosse stato bruscamente risvegliato da un sogno oscillante tra fiaba e incubo, un’esperienza al limite dei sensi, che risveglia sentimenti profondi.
Possiamo dire con sicurezza che l’allestimento di Claire Wilcox ha saputo cogliere l’essenza più profonda dell’opera di questo melanconico Prometeo contemporaneo, esponendo in una perfetta scansione cronologica e tematica pezzi che non sono solo simbolo di una pregiata manifattura, ma che diventano personaggi e scenografie di una magnifica, coinvolgente avventura.

 

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Trentenne, milanese, un marito, due gatti, una formazione umanistica e un lavoro nella comunicazione, donna in cOrriera per scelta ma pigrona per vocazione. Amo lo sport, la moda, il teatro e qualsiasi pezzo di carta dove ci siano sequenze di parole. Adoro il rosa e tutto quello che è strano e kitsch, ma odio gli eccessi senza senso e la provocazione fine a se stessa. Ancora devo decidere se mi piace la gente...per ora osservo e prendo appunti, vediamo se prima degli 'anta' riuscirò a capirci qualcosa...

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