La cognata di Van Gogh

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Un romanzo ispirato alla vita di Johanna Bonger in Van Gogh, ne racconta, anche attraverso stralci dei diari, la dedizione per l’opera del geniale Vincent

Quello che tutti dicono di Vincent Van Gogh è che fosse pazzo; la maggior parte di loro sa che si tagliò un orecchio e forse anche che morì suicida dopo giorni di agonia per essersi sparato un colpo di fucile nel petto. Un suo quandro è inconfondibile, per il tratto e l’uso dei colori, talmente vivi ed efficaci da colpire anche i bambini; la sua opera ha una tale forza espressiva da mantenere inalterata nel tempo la fama del pittore e la brama delle sue opere da parte dei collezionisti: di recente due suoi dipinti rubati 14 anni fa ad Amsterdam, sono stati tolti alle mani della Camorra. Vincent Van Gogh è l’emblema dell’artista incompreso, morto in povertà e disprezzato dalla critica, le cui tele ormai da decenni vengono battute alle aste raggiungendo record di vendita.

Vincent era certamente una persona inquieta e molto sensibile, non riusciva a far altro che dipingere e pur avendo costantemente bisogno di denaro per sé e per il materiale da pittura, non era minimamente in grado di vendere le proprie tele; delegò quindi al fratello minore Theo, impiegato in una galleria di Montmartre a Parigi il compito di trovare acquirenti. Anche l’intenso, travolgente legame tra i due è storia nota: Theo era totalmente devoto al fratello, lo era a tal punto da non sopravvivere al dolore della sua morte. Si ammalò e lo seguì 6 mesi dopo nella tomba, lasciando un bimbo di un anno, una giovane vedova e centinaia di opere di Vincent. Non era riuscito a venderne neppure una; per la verità solo due tele furono vendute quando l’artista era in vita e non da Theo.

Johanna Bonger in Van Gogh, rimasta sola a Parigi con il figlioletto e quelle che all’epoca si sarebbero potute definire le “croste” del cognato, decise di fare ritorno alla casa paterna in Olanda ma invece di abbandonare lì tutti quei dipinti e le centinaia di lettere che costituivano parte dell’epistolario tra i due fratelli, ne portò buona parte con sé. Con l’aiuto economico dei genitori, una famiglia di ricchi mercanti, acquistò una casa in un villaggio di campagna poco distante da Amsterdam e alle pareti delle sue stanze e dei corridoi appese le centinaia di tele e disegni, a volte nemmeno incorniciati, che aveva portato via da Parigi.

Johanna era una donna colta e sensibile e dopo un certo lasso di tempo, si dotò del giusto distacco per leggere e comprendere a fondo le lettere che Vincent inviava a Theo, trovandovi oltre alla sofferenza e il delirio che dovevano aver paralizzato il marito impedendogli un’ulteriore analisi, una lucida teoria artistica e la rivelazione di un genio. Con impegno e determinazione la giovane donna, che nel romanzo di Camilo Sanchez La vedova Van Gogh edito da Marcos Y Marcos,  si muove con un’indipendenza e un autonomia stupefacenti considerato che siamo alla fine dell’800, si spese per far conoscere in patria il più grande dei propri figli; cercava spazii espositivi e galleristi che invitava nel proprio eccezionale museo privato, spendendo sino all’ultimo risparmio per far incorniciare le tele da inviare alle mostre, ma sempre fedele al motto di Vincent :” Fai conoscere più opere possibili ma vendi solo lo stretto necessario.” cercò di conservare il più possibile intatto il corpus di opere in suo possesso e che oggi costituisce infatti il cuore del Museo Van Gogh di Amsterdam.

 

 

 

 

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Sono nata e cresciuta in un villaggio della provincia bergamasca, quasi bresciana, nascosto tra le nebbie della Pianura Padana. Ho scelto Milano come città di adozione perchè, se impari a conoscerla, non è una città caotica, non è per forza fashion e può pure capitare di chiacchierare col vicino di casa.
Sono laureata in storia dell’arte e lavoro nel variegato mondo della comunicazione.

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