Lo specchio di Diane Nemerov Arbus

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Nascere in una famiglia dell’upper class Newyorkese negli anni ’20 offre innegabilmente dei vantaggi in termini economici ed educativi ma inevitabilmente porta con sé limiti e costrizioni determinati dalla condizione sociale; c’è un mondo più o meno nascosto di cose che ci si aspetta che una persona di questa classe faccia e non faccia, soprattutto se è donna, e tendenzialmente è così che vanno le cose. Diane Nemerov è un disperato tentativo di eccepire alla regola, dal matrimonio in giovanissima età con un uomo di ceto inferiore, Allan Arbus, unione disapprovata dai genitori, alla frequentazione di ambienti equivoci e personaggi fuori dal comune, i cui ritratti l’hanno resa celebre. Diane prova per un po’ a stare alle regole: si annulla nel ruolo di madre e moglie, assiste il marito nel lavoro di fotografo di moda e apprende così i primi rudimenti del mestiere, fino alla pubblicazione di servizi su Glamour con i crediti di entrambi.

Eppure non va. Non va il matrimonio, non va il lavoro in quell’universo ovattato e falso dai toni color pastello, grottesco nella sua assenza di contenuto. Manca qualcosa e quando trova il coraggio di cercarlo Diane, ormai per sempre Diane Arbus sebbene abbia lasciato il marito, scoperchia il vaso di Pandora e comincia a fotografare la moltitudine di realtà che la circondano, con una particolare predilezione per ciò che è maggiormente distante dal mondo che conosce e che nonostante tutto, costituisce per lei un ambiente protetto, per spingersi verso l’ignoto.

Sebbene la curiosità la porti a frugare i luoghi frequentati dagli outsiders e dalle strane figure da cui la New York per bene è imbarazzata, non fotografa solo personaggi eccentrici, fotografa tutti. Vede qualcosa in ciascuno degli individui che sceglie e riconosce a ognuno dei suoi soggetti il diritto di apparire, di andare in scena. E allora perché la definizione di “fotografa dei mostri”? Forse perché all’epoca era una delle poche ad accostarsi da pari a queste persone, e se è innegabile che sia diventata famosa per quei ritratti peculiari che all’inizio della carriera avevano suscitato il disprezzo di una parte del pubblico, è improbabile che il suo intento fosse di creare una personale wunderkammer ma piuttosto al contrario, grazie all’empatia e all’amicizia con molti di loro, cercava di leggere se stessa attraverso il riflesso di un ideale specchio composto da quel variegato mosaico umano.

Niente mostri quindi, solo persone e se da vicino nessuno è normale, già da una certa distanza si può percepire che nessuno è uguale: se siamo tutti diversi non può esserci anormalità.

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About Author

Sono nata e cresciuta in un villaggio della provincia bergamasca, quasi bresciana, nascosto tra le nebbie della Pianura Padana. Ho scelto Milano come città di adozione perchè, se impari a conoscerla, non è una città caotica, non è per forza fashion e può pure capitare di chiacchierare col vicino di casa.
Sono laureata in storia dell’arte e lavoro nel variegato mondo della comunicazione.

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