Surrealismo almodovariano

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Perché questa non è l’ennesima recensione di Julieta

Quando ho visto Gli amanti passeggeri ho pensato che Almodovar fosse stato rapito dagli alieni e che il film lo avesse girato il suo alter ego cazzone: dopo più di dieci anni d’introspezione, intrighi e passioni forti questo collage di nonsense mi sembrava del tutto fuori posto, e nemmeno l’epica scena musicale – la mia preferita di tutta la sua filmografia – era riuscita a risollevarmi il morale. Ho seriamente creduto che la sua vena narrativa si fosse esaurita e che l’attività di produttore fosse diretta conseguenza di questa aridità.
Ebbene sì, lo confesso, ho peccato.
E oggi me ne pento.
Non starò a raccontarvi la trama di Julieta: se vi interessa guardatevelo, e poi ditemi se siete d’accordo con quello che sto per dirvi.
Fin dalle prime scene ritroviamo tutti gli ingredienti delle favole almodovariane, modellati attorno ad alcuni racconti di Alice Munro ma resi unici dall’occhio, dai tempi e dai toni che abbiamo imparato a riconoscere e ad amare.
C’è una storia di donne forti, ferite, tribolate e sconfitte, ci sono uomini pazienti, innamorati e collaterali, ci sono colori intensi e scenografie nude, ci sono silenzi assordanti e parole non dette.
C’è il mare. Che separa gli amanti incompresi e sconvolge gli equilibri.
C’è la colpa e c’è l’abbandono, che è allontanamento e morte, ma anche affermazione di vita e ricerca della libertà.
Qualcuno dice che l’idea iniziale fosse di girare la pellicola in America, in inglese, con la granitica Meryl Streep nel ruolo della protagonista; chissà, forse sarebbe stato il capolavoro indiscusso di Almodovar, ma credo che una storia così scarna e ricca di sfaccettature sarebbe sbiadita in un contesto “estraneo”, privo di quelle architetture e di quei suoni inconfondibili che ormai consideriamo familiari.
Perché di fatto Julieta è questo: un film di famiglia e familiare, che racconta della colpa e del perdono, del giudizio e dell’attesa.
E chissenefrega se qualcuno lo ha definito un vuoto esercizio di stile, una telenovela sempre uguale a se stessa o, addirittura,un superficiale e faticoso tentativo di rinverdire l’estro del passato: a noi è piaciuto ritrovare finalmente il Pedro che conoscevamo.

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About Author

Trentenne, milanese, un marito, due gatti, una formazione umanistica e un lavoro nella comunicazione, donna in cOrriera per scelta ma pigrona per vocazione.
Amo lo sport, la moda, il teatro e qualsiasi pezzo di carta dove ci siano sequenze di parole. Adoro il rosa e tutto quello che è strano e kitsch, ma odio gli eccessi senza senso e la provocazione fine a se stessa. Ancora devo decidere se mi piace la gente…per ora osservo e prendo appunti, vediamo se prima degli ‘anta’ riuscirò a capirci qualcosa…

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