Angeli del fango e della polvere

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A 50 anni dall’alluvione di Firenze l’Italia ha ancora bisogno di angeli

Un’ondata di maltempo del genere se la ricordavano in pochi, nella Firenze del 1966, e mai si sarebbero aspettati di assistere ad una tale catastrofe. Nella notte tra il 3 e il 4 di novembre la forza dell’Arno aveva portato con sé morte e devastazione, spazzando via persone e storie e incrostando di nafta e desolazione le grandi opere d’arte che avevano fatto così grande la culla del Rinascimento.
Oltre ai danni evidenti, l’alluvione mise in luce un altro sinistro particolare: la mancanza di un servizio organizzato e organico di Protezione civile, che aveva reso impossibile un serio lavoro di prevenzione e di contenimento delle perdite, provocando numerosi morti e ferite profonde al patrimonio artistico cittadino.
Erano ancora lontani il ’68 e le manifestazioni di piazza, eppure in quei giorni le strade del capoluogo toscano ospitarono una delle prime, grandi aggregazioni giovanili spontanee: ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa si ritrovarono tutti lì, chi a scavare, chi a spazzare, scrostare o ripulire, qualcuno con già esperienze di restauri alle spalle, altri solo per poter dare una mano.

A distanza di cinquant’anni la città di Firenze ha reso omaggio a quelli che il giornalista Giovanni Grazzini chiamò Angeli del fango e lo ha fatto con una giornata ricca di incontri e manifestazioni pubbliche: per un giorno gli occhi e le orecchie della folla sono stati di nuovo puntati su di loro e sulle loro storie, ciascuna dedicata ad un libro, un quadro o una scultura salvate dalla distruzione e dall’oblio, a giorni e notti passate a sguazzare nella melma, ai sorrisi e alle parole gentili di quanti avevano perso tutto e, nonostante tutto, non volevano stare con le mani in mano.
Tra tutte le testimonianze mi piace citare quella della britannica Susan Glasspool: ”Siamo venuti da tante parti nell’autunno del 1966 a Firenze perché sapevamo di fare la cosa giusta – ha detto – Non ci sentivamo angeli, anche perché eravamo sporchi e puzzolenti. Con noi stranieri c’erano anche tanti giovani fiorentini e furono poi i fiorentini a chiamarci Angeli del fango. E a spalare c’erano poi i tanti soldati di leva e i vigili del fuoco, che senza sosta aiutarono a ripulire la città. Perché lo facemmo? Non certo perché avevamo una coscienza politica, che arrivò dopo. Lo facemmo perché volevamo salvare la bellezza di Firenze, città unica al mondo”.

Sono passati, dicevamo, cinquant’anni, eppure in Italia si sente spesso parlare di Angeli: li abbiamo visti all’opera alle Cinque Terre, a Genova, ad Assisi e all’Aquila, li stiamo vedendo in questi giorni di terremoto, la pelle di colori diversi, i volti segnati di volta in volta dal fango o dalla polvere, ma sempre con la stessa voglia di dare una mano e fare la differenza.
Certo, sarebbe bello vivere in un Paese in cui ci fosse un serio piano di prevenzione delle calamità naturali e, devo ammetterlo, non voglio perdere la speranza: quel che resta, però, è ogni volta l’amarezza per centinaia di vite spezzate , è il rimpianto di aver perso tra le macerie una parte della nostra storia, è l’incertezza sui tempi e i modi della ricostruzione.
Ecco perché, oggi come allora, le parole di Susan sono le parole che tutti noi non vorremmo sentire ma con le quali, immancabilmente, dobbiamo fare i conti; perché non basta donare soldi ogni volta o mostrarsi dolenti e commossi: serve rimboccarsi le maniche e lavorare perché non ci sia più bisogno di angeli del fango e della polvere.

“Rivolgo un appello ai giovani di oggi: diventate gli angeli della polvere! Andate nelle zone dell’Italia centrale colpite dal terremoto e aiutate la popolazione, aiutate a salvare i monumenti e le opere d’arte danneggiate”.
– S. Glasspool –

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Trentenne, milanese, un marito, due gatti, una formazione umanistica e un lavoro nella comunicazione, donna in cOrriera per scelta ma pigrona per vocazione.
Amo lo sport, la moda, il teatro e qualsiasi pezzo di carta dove ci siano sequenze di parole. Adoro il rosa e tutto quello che è strano e kitsch, ma odio gli eccessi senza senso e la provocazione fine a se stessa. Ancora devo decidere se mi piace la gente…per ora osservo e prendo appunti, vediamo se prima degli ‘anta’ riuscirò a capirci qualcosa…

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