I fantasmi di Timbuktu

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Il tribunale internazionale dell’Aia processa per crimini contro il patrimonio culturale dell’umanità, il responsabile della distruzione di nove mausolei e una moschea a Timbuktu, in Mali

Sembravano fatti di sabbia e legno, così piccoli e semplici per noi occidentali, abituali fin dalla nostra antichità agli stupefacenti templi di marmo e oro, da faticare a comprendere le ragioni del patronato dell’Unesco su quegli edifici primitivi. Saranno crollati con estrema facilità, sotto gli occhi distratti di chi sotto la loro ombra si era seduto tante volte; occhi non ingrati ma disperati perchè, come sempre nella storia dell’uomo, la distruzione di ciò che è sacro giunge quando le ferite già sanguinano e i genitori piangono. Sono crollati sotto gli occhi di tutti, di quelli che li hanno distrutti, per ignoranza, come sempre la peggior nemica della cultura ma anche della religione, così facile da strumentalizzare, e di quelli che li riconoscevano ogni giorno come parte della propria identità.

L’Unesco ha previsto un investimento di quattro o cinque milioni di euro per la ricostruzione, una cifra irrisoria considerato l’immenso valore storico e spirituale del sito, detto anche “la città dei 333 santi” e L’Aia sta processando il Jihadista che ha ordinato lo scempio, eppure questa non è una storia a lieto fine. Cinque milioni di euro per dei fantasmi, quelli nei mausolei e quelli in carne e ossa, perché Il conflitto, prima di giungere alla distruzione degli edifici sacri ha devastato le vite di migliaia di persone e stravolto chissà per quanti anni la quotidianità di un popolo che anche seguendo le ramificazioni delle proprie radici avrebbe potuto cercare di tornare alla normalità.

Il nuovo millenio si era aperto con la distruzione dei buddha giganti di Bamiyan in Afghanistan, seguita dalle devastazioni di antichi edifici sacri, preziose aree archeologiche e antiche città in Iraq, Libia, Siria. Altri popoli massacrati, e defraudati per sempre della propria identità anche di quella che ormai è rappresentata solo da un cumulo di macerie.

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Sono nata e cresciuta in un villaggio della provincia bergamasca, quasi bresciana, nascosto tra le nebbie della Pianura Padana. Ho scelto Milano come città di adozione perchè, se impari a conoscerla, non è una città caotica, non è per forza fashion e può pure capitare di chiacchierare col vicino di casa. Sono laureata in storia dell'arte e lavoro nel variegato mondo della comunicazione.

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