Red shoes are (finally) back

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Dopo vent’anni di digiuno l’Olimpia Milano vince la Coppa Italia di basket 

Per dirla con Facebook, quella tra l’Olimpia Milano e la Coppa Italia di basket è una relazione complicata, un appuntamento a cui le Scarpette rosse sono arrivate impreparate tante, troppe volte, un evento capace di suscitare malumori e mal di pancia anche tra i tifosi più fedeli.
Vent’anni di digiuno non sono pochi, soprattutto per la squadra che porta il nome di Re Giorgio Armani, la più blasonata del Paese, che ha visto militare tra i suoi ranghi miti della palla a spicchi come Mike D’Antoni, Dino Meneghin e Bob McAdoo e che ha fatto sognare generazioni di ragazzini che non si accontentavano delle scontate emozioni del calcio.

I tre giorni di gare al Forum di Assago hanno dimostrato che questa volta coach Repesa e i suoi ragazzi hanno fatto le cose per bene, non lasciando nemmeno un punto al caso e dimostrandosi nettamente superiori agli avversari.
I primi segnali positivi arrivano già durante i quarti di finale, con l’Umana Venezia che regge per metà gara e poi scompare; risultato finale 88 a 59, tanti saluti alla Laguna e testa rivolta verso il match del sabato contro la Vanoli Cremona, uscita vincente da un pazzo match con Sassari.
Nuovo giorno, avversaria diversa ma stessa storia: i ragazzi di mister Pancotto sembrano essere già tornati sotto il Torrazzo, non entrano nemmeno in partita, non c’è dubbio alcuno su chi andrà a giocarsi la finale. Finisce 90 a 58 in tranquillità, con Repesa che si gode una solida EA7 e che regala l’onore del parquet anche alla giovane guardia Simone Vecerina, classe 1999.

La domenica Milano si sveglia ottimista: la squadra c’è, gira che è una meraviglia, il pubblico di casa è carico di aspettativa, gli ingredienti per una giornata speciale ci sono tutti; l’ultimo scoglio è la Sidigas Avellino, ostica creatura del canturino Pino Sacripanti, in cerca della sua seconda Coppa Italia.
Che in questa giornata ci sia qualcosa di surreale lo si capisce già dall’inizio del match: dopo essersi infortunato nella partita di venerdì ed essere stato operato al menisco il sabato, Bruno Cerella non solo si presenta sul parquet, ma inizia anche a giocare come se nulla fosse, guadagnandosi – anche se non ne avrebbe bisogno – l’adorazione delle tifose e il rispetto del pubblico.
Il ritmo di gara è serrato, l’Olimpia conduce e gestisce il gioco, controlla con prepotenza i rimbalzi e trae vantaggio da un avvio pessimo di Ragland e Greene. Nel secondo quarto Nunnally si risveglia magicamente dal torpore – dei suoi 25 punti sono ben 16 quelli messi a segno nei due quarti centrali – e riesce a portare Avellino sul -5 alla fine del terzo quarto.
L’entusiasmo però dura poco, smorzato da una prestazione di Sanders e Mclean che qualche commentatore d’altri tempi definirebbe maiuscola: a 3 minuti dalla fine Milano va a +17 e chiude definitivamente il match, la Coppa è tornata sotto la Madonnina.

Alla festa per la vittoria del trofeo si aggiungono anche la soddisfazione di vedere Sanders premiato come MVP – secondo riconoscimento per lui, che già nel 2015 con Sassari era stato MVP delle finali scudetto – e la consapevolezza che i giorni bui della scorsa stagione sono ormai superati: tra qualche giorno ricomincia la lotta in regular season, ma al momento le Scarpette rosse si godono il dolce sapore della vittoria e l’inebriante sensazione di essere una spanna sopra a tutti gli avversari.

È proprio il caso di dirlo: ci sono voluti ben vent’anni ma…the red shoes are finally back.

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Trentenne, milanese, un marito, due gatti, una formazione umanistica e un lavoro nella comunicazione, donna in cOrriera per scelta ma pigrona per vocazione. Amo lo sport, la moda, il teatro e qualsiasi pezzo di carta dove ci siano sequenze di parole. Adoro il rosa e tutto quello che è strano e kitsch, ma odio gli eccessi senza senso e la provocazione fine a se stessa. Ancora devo decidere se mi piace la gente...per ora osservo e prendo appunti, vediamo se prima degli 'anta' riuscirò a capirci qualcosa...

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