Grandi fotografe: Margaret Bourke-White

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La scelta di inaugurare questa rubrica dedicata alle grandi fotografe della storia, con il ritratto di Margaret Bourke-White non è stata facile e si deve, oltre che all’indiscutibile valore delle sue opere e del suo lavoro, anche e soprattutto alla sua storia di donna. Nata nel 1904 a New York, Margaret cresce in un’America che non è certo femminista ma, ciononostante, riuscirà non solo ad affermarsi ma anche a primeggiare in un mondo, quello della fotografia, dominato dagli uomini. In questo senso più che il bel servizio che realizzò nel 1930 sull’industria sovietica, conta il fatto che per esempio fu il primo fotografo occidentale a lavorare nell’ex URSS. Grazie a un carattere per certi aspetti duro, a una volontà e una determinazione ferree, Margaret Bourke-White fu anche la prima fotografa ad elevare al livello di arte la fotografia industriale che fu, più per caso che per scelta, il genere con cui ottenne i suoi primi successi. Le sue fotografie di architettura la spinsero ad affrontare situazioni pericolose come quelle degli alti forni di Cleveland, piuttosto che a trovare soluzioni tecniche per riuscire nelle difficili riprese aeree necessarie per trasformare in realtà le sue visioni. Il risultato sono fotografie studiate ancora oggi per il rigoroso rispetto delle linee ma anche per la capacità di restituire, enfatizzandola, la monumentalità delle opere frutto dell’ingegno dell’uomo. Non a caso Henry Luce, fondatore della rivista Life, nel 1935 la chiama a far parte della redazione e sceglie proprio una sua fotografia, quella realizzata alla diga di Fort Peck nel Montana, per la copertina del primo numero del giornale dedicata al New Deal roosveltiano.

“Non le basterà mai essere la migliore, la più apprezzata e versatile tra le fotografe della sua generazione, vorrà essere sempre la prima”

In queste parole di Giovanna Bertelli c’è tutto il senso della vita di Margaret Bourke-White, non a caso costellata proprio da una serie di primati. L’arrivo delle seconda guerra mondiale, le consentì di aggiungerne un altro al suo palmares quando riuscì a convincere l’Esercito statunitense a prenderla nel pool dei suoi fotografi, nonostante i problemi derivanti dall’essere l’unica donna in prima linea. Maggie l’indistruttibile, così come veniva chiamata nella redazione di Life, si dimostrò all’altezza anche come fotoreporter di guerra e le sue foto al seguito delle truppe alleate dal teatro nord-africano fino al campo di sterminio di Buchenwald, passando anche per la liberazione italiana, ne confermano il talento, consacrandola come un punto di riferimento assoluto. Delle numerosissime fotografie scattate in questo periodo, forse quella più famosa è il ritratto dei prigionieri ebrei dietro al filo spinato realizzato all’arrivo delle truppe guidate dal generale Patton.

Tornata negli Stati Uniti, nonostante la fama mondiale, non si ferma e anzi continua imperterrita a girare il mondo in tutte le zone più calde e anche per questo riesce a intervistare e ritrarre Ghandi poche ore prima della sua uccisione, realizzando un altro scatto destinato a passare alla storia. L’impresa di fermare Margaret riesce solo al morbo di Parkinson e nel 1957 esce su Life quello che sarà il suo ultimo servizio. Ritiratasi nel Connecticut, sei anni più tardi pubblica la sua autobiografia e nel 1971, a 67 anni, si spegne, morendo sola ma non dimenticata.

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